C’è chi ha vissuto in maniera diretta l’esperienza del trauma cranico e poi ha scelto di dare una mano, chi si è avvicinato grazie al passaparola o dopo aver visitato la Rocca e chi, invece, ci ha voluto investire la propria vita per “cambiare il paradigma”. Loro sono i volontari dell’associazione Brain, persone con storie assai diverse che dedicano del tempo a persone con storie altrettanto diverse e uniche. Quale vantaggio ne traggono? Ad ascoltare le voci di Valentina, Lucia, Roberto ed Edda, non ci sono dubbi: a beneficiarne sono le relazioni. In maniera reciproca. Da una parte si impara a so-stare con l’altro, che “non è un diverso”, dall’altra i pazienti si sentono persone restituite di una dignità e di un valore che nulla ha a che vedere con il loro problema. E così, tra un’uscita e un’attività, il rapporto si riempie di fiducia, attesa, risate, complicità e, perché no, anche di emozioni.
Valentina e la svolta dopo l’incidente
L’avventura di Valentina in Brain è cominciata per esperienza diretta.
“Ho subito un incidente 25 anni fa, quando ero una studentessa universitaria, e all’epoca non esisteva ancora La Rocca. Però ho avuto la fortuna di conoscere Edda, come logopedista, e di avere accanto persone competenti nella loro materia che, al pari della famiglia, mi hanno aiutato molto – esordisce –. Ho visto persone allontanarsi o trattarmi come se non valessi nulla, quindi so quanto la lontananza emotiva faccia più male delle conseguenze fisiche lasciate dal trauma”.
Accettare la situazione, “perché non hai alternative”, e rimboccarsi le maniche per gli altri è stata la ricetta da cui è ripartita. A lei si deve l’impulso di diverse iniziative di raccolta fondi, specie nel territorio di Vicenza, come i concerti benefici con la partecipazione del soprano lirico Ilaria Gusella e il progetto “Stappa per Brain”.
“Ho sempre cercato di dare una mano in quello che potevo. E non nascondo di essermi anche emozionata in qualche occasione, come quando mi è stato chiesto di fare una testimonianza per aiutare una persona che era sul punto di mollare la riabilitazione. In realtà, mi sono trovata davanti 30 persone, neanche fosse stato il concerto di Bon Jovi! – ride – A volte basta davvero poco per far star bene chi sta qui, come leggere il giornale assieme o condividere una torta”.
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Lucia e il passaparola virtuoso
A contribuire al progetto di raccolta dei tappi di sughero, che grazie all’impegno e alla costanza dei volontari ha conosciuto un notevole sviluppo, è anche Lucia.
“Un’amica mi aveva chiesto di tenere i tappi, ma è dopo aver incontrato un’altra volontaria, Lorenza, che ho pensato di poter fare qualcosa di più coinvolgendo i ristoratori con cui sono in contatto”, confida.
“Vedere i risultati che abbiamo raggiunto mi dà soddisfazione, ma ancora più bello è vedere come a volte le collaborazioni nascano in maniera inaspettata. Per esempio, tempo fa mi trovavo in montagna e, parlando dei tappi a un art director appena conosciuto, questi si è offerto di realizzare la grafica del progetto. Mettendo a fattor comune ciò che ognuno può o sa fare, si può davvero fare la differenza”.
Lucia è anche tra i volontari che accompagnano gli ospiti nelle uscite terapeutiche.
“Stare accanto a loro mi accende l’ascolto, l’attenzione e la spontaneità. Non scatta il pietismo. Loro sono abituati a confrontarsi con i professionisti, ma a volte cercano l’amico con cui sentirsi più liberi. Stare insieme è come stare tra pari in famiglia, il clima diventa più leggero. Mi fanno essere una persona migliore perché mi fermo”.
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Roberto e le uscite sul territorio
Nasce nel segno dell’amicizia anche l’esperienza di volontariato di Roberto.
“Ho conosciuto l’associazione Brain grazie a Valentina che qualche anno fa mi portò a visitare la struttura, ma è solo da pochi mesi che sono volontario”, racconta.
Anche lui mette a disposizione un po’ del suo tempo per accompagnare le persone che vivono nell’appartamento di “sgancio”, non lontano dalla comunità, alle varie attività in calendario.
“Gli spostamenti variano in base alle esigenze e al programma stabilito dall’équipe per ciascuno di loro. Possiamo andare al parco come a fare colazione al bar o uscire per qualche attività terapeutica o culturale”.
Le proposte possono spaziare dall’ortoterapia all’ippoterapia, dal cineforum alla visita di una mostra o di una città, dal teatro agli incontri sul territorio con scuole, parrocchie o aziende, fino allo sci sulle montagne di Folgaria.
“Ciò che mi motiva è vedere come i piccoli gesti abbiano un grande impatto sulla vita degli altri – prosegue –. Per loro il nostro arrivo è un momento atteso”.
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Edda e le sfide per la qualità di vita delle persone
Volontaria della prima ora è invece Edda, che dell’associazione Brain è stata cofondatrice e ricopre il ruolo di presidente.
“L’esperienza di logopedista presso il reparto di gravi cerebrolesioni dell’ospedale di Vicenza mi ha fatto capire cosa serviva a questi pazienti e alle loro famiglie che, altrimenti, rischiavano di rimanere soli e abbandonati a sé stessi. Bisognava, cioè, creare una continuità tra la sfera sanitaria e quella sociale cambiando paradigma. Grazie a un lavoro duro e complesso, abbiamo costruito la Rocca. In questo modo cerchiamo di garantire un percorso riabilitativo che permetta loro di raggiungere la migliore qualità di vita possibile”.
“I nostri ospiti mi hanno insegnato a vivere – prosegue Edda –. Essere volontario/a di Brain non significa tanto ‘fare qualcosa’, quanto dare espressione alla potenza di una relazione. Non tutte le persone che hanno subito un trauma cranico hanno la possibilità di ricostruire la propria rete di relazioni, quindi nel ricevere attenzione da qualcuno danno tutto quello che possono. Per loro, questo tempo e questa relazione hanno un valore enorme”.
Come diventare volontario
Le testimonianze di Valentina, Lucia, Roberto ed Edda ti hanno acceso la voglia di conoscere meglio l’associazione Brain e di poter fare anche tu la tua parte? Allora, come primo passo, scrivi un’email a info@associazionebrain.it.
Verrà fissato un incontro durante il quale potrai visitare la struttura e sostenere un primo colloquio conoscitivo. L’incontro permetterà di capire i bisogni che ti muovono e, sulla base delle tue competenze e disponibilità, in quale tipo di attività potresti dare una mano.
È un piccolo gesto per te, ma grande per gli altri.