Quanto è possibile recuperare dopo un grave trauma cranico o un altro tipo di grave lesione cerebrale?

Partiamo con una premessa che ci auguriamo possa darvi speranza e fiducia:
dopo un grave trauma cranico encefalico o altri tipi di grave lesione cerebrale acquisita, è quasi sempre possibile recuperare un certo livello di autonomia.

Subito dopo, la cosa più importante che un paziente traumatizzato o un suo familiare devono capire è che il livello del recupero dipende dalle risposte a queste domande:

  • di che tipo è la lesione cerebrale acquisita?
  • quanto è grave la lesione cerebrale acquisita?
  • che obiettivi prevede il percorso riabilitativo che si decide di intraprendere?
  • di conseguenza, che strumenti sono previsti per raggiungere gli obiettivi riabilitativi?
  • qual è il grado di specializzazione nelle gravi cerebrolesioni dei professionisti sanitari e sociali coinvolti?
  • quanto è grande l’impegno del paziente e della sua famiglia nel percorso di riabilitazione?

Una cosa è certa:
senza un percorso riabilitativo, o con un percorso riabilitativo inadatto, si resta fermi nella stessa condizione di quando si esce dall’ospedale.
In aggiunta, bisogna tenere conto che una volta rientrati a casa, se non si inizia presto un percorso di riabilitazione ben strutturato, il rischio di fare dei passi indietro è molto serio.

Caso Reale

Mattia era un promessa del calcio. Ha avuto un incidente passeggiando vicino al Colosseo e ha riportato un grave trauma cranico encefalico con problemi cognitivi e motori. E’ stato seguito al massimo tutti i punti di vista e seguendo ogni tappa del miglioramento in modo adeguato dopo 3 anni è riuscito a completare il suo percorso di studi laureandosi.

Che cosa deve prevedere un valido percorso di recupero dal trauma cranico encefalico?

Quindi, la prima cosa da fare dopo un grave trauma cranico encefalico è sempre costruire un percorso di recupero che comprenda per il paziente tutte le opportunità possibili sotto questi aspetti:

L’ASPETTO MOTORIO
perché il paziente per essere autonomo deve necessariamente re-imparare a muoversi con la massima autonomia possibile

L’ASPETTO COGNITIVO
perché il traumatizzato deve poter comprendere qual è il contesto in cui si trova e quindi imparare ad interagire nel modo più adeguato e funzionale sia con l’ambiente che con le persone che lo circondano

L’ASPETTO ASSISTENZIALE
perché il paziente e il familiare possono avere bisogno di un supporto pratico per gestire le giornate, così come di servizi o di contributi da parte della pubblica amministrazione

L’ASPETTO PSICOLOGICO
perché dopo il trauma cranico o altro tipo di grave lesione cerebrale spesso il paziente deve imparare a convivere con una “nuova versione di sé”, che rispetto a prima può essere diversa nel carattere, nel comportamento, nel tipo di rapporti sociali e nel tipo di routine quotidiana (lavoro, studio, tempo libero…)

L’ASPETTO SOCIALE
perché questa “nuova versione di sé” è nuova anche per le persone che la circondano, e la capacità di stare nella società va ripresa o ricostruita su basi diverse da quelle date per scontate dopo una vita intera

L’ASPETTO DELLA RETE FAMILIARE
perché la vita dei familiari viene travolta e spesso stravolta, proprio come avviene per quella del paziente. La famiglia può essere il primo e il più grande alleato nel percorso di riabilitazione, ma può a sua volta aver bisogno di supporto e sostegno negli impegnativi anni a venire.

Quanto incide l’età sulle possibilità di recuperare dopo il trauma?

Il cervello ha migliori capacità di recupero quando si è giovani, ma questo non significa che il un adulto o una persona che sta diventando anziana non possa mirare a un buon livello di riabilitazione.

Il cervello è “plastico”, cioè ha l’incredibile capacità di ricostruire le sue connessioni interne – come se fossero dei “percorsi alternativi” – per svolgere al meglio i comandi che gli diamo. La “plasticità” è maggiore in un cervello giovane, ma come dicevamo anche un cervello adulto o anziano ha ancora una sua plasticità.

Detto in altri termini, le probabilità di un buon recupero dopo un trauma cranico sono maggiori quando si è giovani perché il cervello è “più plastico” e quindi può riparare più rapidamente e in modo migliore le sue connessioni.

Invece, nel caso degli adulti e degli anziani la plasticità cerebrale dipende anche da quanto e come il paziente ha usato il cervello nel corso della sua vita, da quanto cioè il cervello è stato allenato a creare connessioni e scambi di informazioni tra le parti che lo compongono. Un cervello più abituato a svolgere queste funzioni ha più “riserva cognitiva”, cioè una maggiore capacità di portare a termine i compiti assegnati seguendo percorsi diversi da quelli previsti in origine (e cioè prima del trauma cranico, quando insomma il cervello è integro e sano).

In sintesi: nel caso di adulti e anziani, più c’è “riserva cognitiva” (e ce n’è di più, quando il cervello è stato tenuto in allenamento), più ci sono possibilità di una riabilitazione soddisfacente.

Ma cosa accade nel caso in cui una persona abbia per così dire “allenato poco” il suo cervello (magari perché ha svolto per tantissimi anni un lavoro estremamente ripetitivo, oppure non ha mai coltivato con un po’ di regolarità qualche hobby o passione)?

In effetti le probabilità di recuperare sono minori (soprattutto se il danno al cervello è molto grave), ma la buona notizia è che la “riserva cognitiva” può essere comunque incrementata, anche se si è avanti con l’età, e una parte fondamentale della riabilitazione insiste proprio su questo punto.

In sintesi: dopo un grave trauma cranico, è possibile tornare alla vita di prima?

Dopo un grave trauma cranico tornare alla stessa e identica vita di prima è molto difficile: 

infatti, la vera chiave del successo per la propria riabilitazione è capire come le abilità che sono rimaste e sulle quali si lavora possono essere riadattate alla vita di adesso.

Sicuramente un progetto riabilitativo adeguato deve avere sempre come orizzonte la vita di prima. A scanso di equivoci: non significa tornare all’esatta vita di prima, ma avvicinarsi il più possibile a quel modello di vita, imparando in alcuni casi maniere diverse per fare le stesse cose di prima, o venendo al patto che certe possibilità, tempi, spazi e rapporti non sono più accessibili, ma imparando al contempo che delle alternative possono estremamente soddisfacenti e appaganti.

Caso Reale

Riprendiamo la storia di Mattia: non è stato più in grado di continuare con la sua passione per la corsa agonistica, ma è tornato a correre a livello amatoriale. Non ha potuto continuare la sua carriera nel calcio professionale, ma gioca a calcio in una squadra di persone diversamente abili, sempre a livello agonistico. Mattia quindi ha capito come conservare la sua enorme passione per lo sport; ha imparato ad accettare il fatto che il livello professionale purtroppo non è più alla sua portata, e allo stesso tempo trova grande soddisfazione e gratificazione in quel che sta facendo. La vera conquista di Mattia sta nell’essere ripartito da zero dopo il trauma, e ora essere arrivato a questo livello.

C’è una parte del percorso riabilitativo
che si può svolgere per conto proprio?

I pazienti e i familiari che sanno di avere bisogno di un percorso di riabilitazione devono per forza affidarsi a degli specialisti, perché un percorso di recupero valido ha bisogno di:

  • una valutazione specialistica sui danni riportati dal cervello
  • di conseguenza, una ricognizione delle abilità residue
  • a cascata, bisogna elaborare un piano riabilitativo con degli obiettivi credibili di mantenimento o potenziamento delle abilità, tenendo sempre conto di quell’orizzonte ideale che è la vita del paziente prima del trauma
  • quindi, un piano di lavoro giornaliero svolto assieme alle varie figure professionali necessarie, anche per trasferire quelle parti di metodo riabilitativo che poi il paziente e i familiari possono esercitare a casa
  • infine, un monitoraggio (a volte anche da distante) dei progressi ottenuti e del loro mantenimento, per non disperdere i risultati ottenuti.

Perciò, possiamo dire che ci sono delle buone abitudini che il paziente e i familiari possono anche seguire da soli, ma prima, durante e dopo è sempre indispensabile la presenza (almeno saltuaria) di un professionista.

Noi consigliamo sempre di rendersi quanto più autonomi, cioè di sviluppare molte sane pratiche per svolgere parti del proprio percorso riabilitativo in autonomia, ma diamo anche questo avviso: state attenti a non farvi sviare dall’orgoglio o dalla stanchezza! Non allontanatevi mai in maniera definitiva dalla struttura riabilitativa che vi ha aiutato ad arrivare dove siete arrivati!